Blessed
Catalogo

Alessandro Papari
"Missing"
a cura di: Giorgio Seveso
SPAZIO ARTE
c.so di Porta Nuova 36 - 20121 Milano

Serra
Olio su tela
2008 cm 70x90
Opera premiata
al Premio Sulmona 2008

Catalogo
2002

Catalogo
2005

Grenoble
Catalogo 1999

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Carlo Fabrizio Carli

Tutta la vita di Napoli è impastata con un lievito, non sempre giocoso, in certi casi involontario, talvolta dagli esiti perfino tragici, di parossismo, di enfasi, di esasperazione; ne consegue una condizione perennemente sopra tono. Napoli è una città davvero – oltre che per le preziose testimonianze artistiche – barocca, nel senso che sembra esserle estranea una declinazione ordinaria delle vicende esistenziali. Prendiamo un caso recente: un po' dappertutto, tristemente, ci tocca assistere alle proteste di disoccupati e di extracomunitari contro drammatiche condizioni di vita. Ma solo a Napoli ad uno di loro è saltato in mente di scalare il monumento a Garibaldi, proprio davanti alla stazione, di installarsi sul cappello bronzeo dell'Eroe dei due Mondi, restandovi appollaiato per un paio di giorni, minuscolo stilita metropolitano su quel colosso di patrie memorie. L'episodio di cronaca ha colpito l'immaginario, anch'esso veracemente partenopeo e quindi geneticamente incline alla trasfigurazione visionaria, di Alessandro Papari, che ne ha fatto il tema conduttore del suo più recente ciclo di dipinti: Blessed. A Papari, ovviamente, il fatto non interessava in quanto tale ma quale spunto per una singolare metamorfosi mentale: il clandestino arrampicato sul cappello di Garibaldi, è apparso al pittore come una sorta di dominatore della città, come un'ulteriore versione, aggiornata e in carne ed ossa, dell'eroe; anzi addirittura come una nuova epifania del supereroe, di quelli che, per prime, ci hanno fatto conoscere le strips dei fumetti. Librato sopra la città, l'ormai anonimo scalatore si è guadagnato un'effimera evidenza di uomo in rivolta: e Papari non se l'è lasciata sfuggire, dipingendola con angolazioni e messe a fuoco disparate. Il ciclo Blessed registra un mutamento nel percorso interno della pittura, in particolare della qualità della pittura, dell'artista napoletano: la pennellata è ora tornata a farsi sfaldata, veloce, dopo un periodo di maggiore struttività. Talvolta essa appare quasi gestuale, dal sapore lemurico tra un guizzare di flashes misteriosi. Le ambientazioni più suggestive e misteriose sono naturalmente quelle notturne. Che i giochi siano tutti aperti, e che l'artista si riservi la libertà di scelta e di manovra, lo dimostra pure il fatto che, a dipinti dalla stesura levigata del colore, se ne affiancano altri dove la sostanza pittorica è stesa a spatola, con effetti di marcata rilevatura, con un'attenzione quasi materica.


Manuela Torre

È la concisa, immediata, assolutamente raffinata e sapiente sinteticità di forme, contenuti e di intenti, preservati da complicanti e pletorici surplus di cedevoli orpelli esornativi e concettuali, a diversificare le opere di Alessandro Papari.
Ed è questo perfetto, imperante, quasi echeggiante e, a tratti, spaventosamente vertiginoso silenzio che, indistruttibile ed insondabile, accoglie e celebra i protagonisti dei dipinti del pittore partenopeo.
I soggetti che Papari rappresenta sono sbiadite comparse/ombre di vita, caratterizzate da una corporatura che, sovente, si direbbe subire un "baconiano" processo di dissolvenza/liquefazione, seppure, in Alessandro Papari, questa alterazione della figura umana appaia assolutamente meno feroce ed impietosa, rispetto all'annichilente, terrifica trasfigurazione/deformazione/esecuzione attuata dall'encomiabile pittore britannico; quelli generati dalle celeri e, talvolta, laceranti pennellate di Papari sono superstiti di dolore, parventi assenti a se stessi; sono personificazioni di coscienze lentamente palesate in questa tesaurizzata dignità, e viventi in una simulata dimensione di vita, contraddistinta da un'ibernata fissità spaziale e da un tempo cadenzato dall'oblio.
Ed è, soprattutto, nella serie pittorica di "Blessed", recentissima ed eccelsa produzione artistica di Papari, che si evidenzia maggiormente questo irreale status emozionale/esistenziale; la suddetta serie prende spunto da un fatto di cronaca avvenuto il 10 giugno dell'anno 2009, quando, a Napoli, un giovane immigrato marocchino, in preda al più estremo e devastante sconforto, decideva di arrampicarsi in cima alla statua di Garibaldi, ad oltre 15 metri di altezza, minacciando il suicidio, perché esasperato dalle inaccettabili e frustranti umiliazioni, dalle offese e dai biasimevoli maltrattamenti subiti sul posto di lavoro, precisamente in un'azienda di Catania, dove l'uomo prestava servizio in qualità di tornitore, un incarico che, tra l'altro, non sempre e, soprattutto, dignitosamente gli veniva retribuito. Quella medesima azienda, dopo varie minacce, aveva costretto il giovane a scappare dalla Sicilia, e a rifugiarsi, così, a Napoli.
Alessandro Papari ha voluto affidare all'arte il grido di quell'uomo: come da avvenimento, il pittore ritrae il giovane immigrato in cima alla statua di Garibaldi; il ragazzo ha il torso completamente nudo, spoglio di precetti o difese, ed un volto vagamente abbozzato, nonché nettamente oscurato, quasi a volerne celare e, per questo motivo, proteggere l'identità.
Andando oltre il mero dettaglio aneddotico, Alessandro Papari evidenzia ed enfatizza la conseguente e particolarissima condizione emotiva provata da quell'uomo, mentre, posizionato sulla statua, ad un passo dal cielo e ad un soffio dalla morte, sembra quasi placarsi, come pacificarsi, intanto che assiste al tramonto del finito e all'alba dell'infinito, ammirandone la vastità spaziale, l'assoluto, l'impenetrabile perpetuità dell'interminabile.
Per un breve e fuggevole attimo, quell'uomo diviene il padrone dell'universo, perché paradossalmente libero, finalmente.
Benché la stesura pittorica, la concezione e prassi ideologico-artistica non esibiscano, ovviamente, rilevanti congruenze, evidenzio una rispondente e, comunque, adeguata conformità tra il ciclo pittorico di "Blessed" e il dipinto "Viandante sul mare di nebbia", lodevole capolavoro del romantico tedesco Caspar David Friedrich; una similarità concernente quella che viene definita la categoria estetica del sublime, rivelata nel cruciale istante in cui, dinanzi all'imponente e nobile magnificenza della natura, l'uomo prova, inizialmente, un sovvertente senso di smarrimento ed assoluta finitezza, e, conseguentemente, una sorta di concitante esaltazione dell'animo che, come spiega Immanuel Kant nella Critica del giudizio, si abbandona all'immaginazione e alla ragione, la quale ultima, pur unendosi all'immaginazione senza alcun fine determinato, la estende, e insieme trova che tutta la potenza dell'immaginazione stessa è inadeguata alle sue idee.


Flaminio Gualdoni

L'innesco è una scena ordinaria, colta ai bordi della vita meno suggestiva ed evidente.Figure in un'intimità domestica senza confidenza, operai al lavoro, bagnanti; oppure cantieri e scene di quel limite in cui la città non si fa periferia ma terra di nessuno, luogo/non luogo di evidenza surreale in se stessa.Papari vi immette una selezione dei dati che privilegia dei punti squilibrati d'attenzione, forza l'aspettativa del riguardante ponendo i fuochi visivi fuori centro, addirittura ai bordi e amplificando lo sbilanciamento compositivo con diagonali pericolanti, con passaggi di piano digrignanti.Poi c'è la pittura, in cui risiede il fattore di massima autenticità del suo lavoro.Papari sceglie un pennelleggiare forte e veloce, ma incisivo, di cui devi avvertire la forza,l'urgenza del braccio che sedimenta energia nel col peggio, il quale pare aggredire l'immagine per poi arrestarsi, come perplesso, in una sorta di tensione ansiosa.


Lorenzo Canova

Papari parla di Napoli perché ha intuito la sua realtà di metropoli unica che si può cercare di comprendere solo immergendosi nelle sue budella, una terra di confine che si apprezza solo con un occhio aperto e lontano da tutti gli stereotipi (sia positivi che negativi), una città in cui l'Arcadia si fonde alla Los Angeles di Blade Runner, in cui i neon e gli infissi in alluminio sono montati sulle facciate barocche di palazzi in rovina e dove i grattacieli sovrastano le cupole seicentesche. E Papari è un interprete consapevole di questo volto di Napoli, di una terra della quale Giacomo Leopardi aveva già colto la fusione di bellezza e di inesorabile crudeltà, un luogo che si può cercare di descrivere e rappresentare solo con un'ibridazione "transgenica" tra la commossa descrizione delle meraviglie naturali (oggi spesso devastate) del territorio partenopeo fatta dai poeti classici e romantici e gli scenari urbani postatomici dell'Interfaccia e dell'Agglomerato descritti da vari autori di fantascienza. Mostra personale presso la Galleria Brambati Arte 6 Aprile – 5 Maggio 2002.


Marco di Capua

Nel succedersi delle passioni che ci possiedono capita talvolta che una pagina letta e un quadro visto si riflettano l'una nell'altro, quasi che entrambi siano stati creati allo solo scopo di unirsi nella nostra mente, prima o poi. E non ci sono gerarchie, classificazioni in grado di arginare quella complicità prima impensabile e adesso improvvisamente rivelata. Ciò che lega tra loro libri e dipinti è imponderabile. Dunque non sembri poi troppo una stranezza il fatto che le opere di Alessandro Papari, di questo giovane pittore napoletano, specchino le parole di Anna Maria Ortese, con la Morante la più grande scrittrice italiana del '900, che proprio Napoli aveva circondato con tutto l'oro ed il buio che poterono certe sue pagine. Come questa: "…una patina misterioso intruglio di piogge, polvere e soprattutto di noia, si era distesa sulle facciate, velandone le ferite e riconducendo il paesaggio a quella immobilità rarefatta….ove fosse mancata l'eterna folla di Napoli, semovente come un serpe folgorato dal sole, ma non ancora ucciso, tra quelle distinte apparenze di un'età remota, quel paesaggio non sarebbe apparso spettrale. Mostra personale presso Grenoble Istitut Francais,


Giorgio Seveso

Sono anni che a Napoli vengono alla pittura giovani di bell'impatto figurativo, ricchi di talento. Sarà per quella naturale intelligenza della rigenerazione, propria della cultura partenopea, che ha fatto reagire quei nuovi artisti al piattume lucioamelistico e transavanguardistico di questi ultimi decenni; o sarà per la presenza di un'Accademia forte, ancora animata dall'impronta di Armando De Stefano o di Augusto Perez, fatto sta che quella napoletana è oggi davvero una scuola di buone sorprese e bei risultati. Alessandro Papari, napoletano appunto, non ha ancora quarant'anni: l'avevo premiato sette anni fa al Morlotti-Imbersago, ed è da allora che ne tengo d'occhio il lavoro. È una figurazione la sua in cui gli enigmi della solitudine urbana e dell'inquieto mistero dei luoghi del nostro quotidiano si distendono in immagini acutissime, umorali e disincantate, di contemplazione attonita ma, anche, in fondo, in qualche modo sognanti, ancora capaci di sorprendersi e dunque di sorprendere: senza l'immobilità agghiacciata della rassegnazione o dell'alienazione compiuta, e invece inquietate dalla incongruità di minimi incontri surreali, dalla spigolosa poesia di lievi ma saporiti dirottamenti del senso. Proprio come accade soprattutto in quest'ultimo ciclo, maturo, denso, persuasivo, i cui personaggi sono dimessi protagonisti/voyeurs, bagnanti/esploratori/testimoni di una sorta di diario di viaggio negli spazi desolati e sospesi dell'ex-Italsider di Bagnoli, tra una spiaggia improbabile e gli ecomostri dell'archeologia industriale, tra pontili puntati verso un orizzonte di fiele e i rottami del nostro comfort interiore, dove al loro sguardo fisso sull'ambiguità di indicibili estraneazioni si offre una sorta di permanente fuori-quadro, uno slittamento costante dell'immagine verso una deriva da dagherrotipo del futuro prossimo, verso un fremito liquido delle cose alla Blade runner: cose negate e disperse, cose perdute, missing. Sono tele e tavole in cui una luce di ruggine si impasta in maniera acquosa e allusiva al senso di un'atmosfera malata. E da qui, da questi panorami tossici del nostro presente sospeso sulle crisi indicibili del vivere, quelle vecchie e quelle nuove, si allarga efficacemente e suggestivamente l'intuizione metaforica di una attualissima, affilata, commossa melanconia esistenziale.
Dal catalogo della mostra Missing